La città che cambia

Viaggio negli strumenti e nelle scelte dell’urbanistica moderna tra contraddizioni e speranze

Autore: Arch. Alberto Molinari (Pre.te Nazionale AssO Ing. e Arch.) 

Questo articolo è estratto dal secondo numero cartaceo di Avanti Brescia.

A volte usare il linguaggio caro alla “massaia di Vigevano” diventa obbligo per spiegare alcuni processi che sembrano astrusi e lontani da quanto ci tocca ogni giorno vivendo in un organismo chiamato “Città”. Intanto cosa sono e cosa indicano le sigle Prg e Pgt, strumenti urbanistici che indicano le scelte che si possono compiere su ogni pezzo di territorio. II Prg era lo strumento urbanistico comunale in uso fino agli anni 2000, che divideva il territorio in zone. Che risultavano cosi zone residenziali, industriali, agricole, verdi etc, stabilendone, attraverso una serie di parametri, destinazioni d’uso con indici di edificabilità, altezze massime, distanze da tenere dai confini etc etc. II Pgt, piano del governo del territorio ha sostituito il Prg e stabilisce una nuova filosofia, guardando diversamente il territorio, cercando di salvaguardarlo.

Semplicisticamente può essere diviso in 3 parti.

  • 1- Documento di Piano: disegna le strategie per i prossimi 5 anni. Esplicando dove far crescere la città e dove tutelaria.
  • 2- Piano dei Servizi: disegna la mappa dei servizi dalle scuole agli ospedali, dagli uffici pubblici ai parcheggi o al verde pubblico, etc etc. Con la verifica se sono congrui con la popolazione residente (e il primo snodo dovrebbe tenere conto degli spostamenti e degli incrementi che questi servizi comportano)
  • 3- Piano delle Regole: la parte che ha sostituito nel vecchio Prg il sistema delle regole dell’edificare decise su ogni area o lotto

La durata differisce, poiché nel vecchio Prg, si confondeva la data dei 10 anni di alcune indicazioni come i PPE mentre era illimitata, nel nuovo strumento viene definita in 5 anni. Ecco che nasce la nuova sfida !! Pensare la città come una “Città Stato” tanto cara agli ateniesi, ripetuta come progetto rinascimentale dalle nostre città come Milano, Venezia o più propriamente Firenze, o aprire i confini urbanistici che di fatto non esistono se non sulla cartografia ?? E pensare a ciò che impropriamente potremmo definire “città policentrica”!!!.

Un esempio pratico: basta guardare le vie di accesso alla città. Una volta erano circondate dalla campagna ora sono un “unicum” dove non distingui la differenza tra Città e Comuni attigui. Un esempio la via Triumplina che portava in Val Trompia, ma anche tutta la zona ad est partendo dal lago fino a Rezzato, per non parlare ad ovest, coprendo la Franciacorta, e delle zone a Sud. Ora ci confrontiamo con una periferia a macchia d’olio, con ovvi problemi di accesso visto che la problematica delle “arterie” (non per nulla hanno questa definizione medica) portano al “cuore” della città. Pensa come vuoi, ma la Città risulta senza confini, una volta storici – pensate ai famosi caselli, alcuni progettati dal grande architetto Vantini, dei dazi di porta Milano, porta Venezia e via discorrendo che delimitavano il tutto nell’ 800 oggi scomparsi a favore di scelte come l’introduzione dei nuovi Centri Commerciali, che hanno creato l’effetto “dunot/ciambella”, svuotando la Città di una delle sue peculiarità: lo scambio/acquisto di merci nei negozi.

Ora la sfida che bisogna lanciare per rivitalizzare il Centro rimane la prospettiva della “città dei 15 minuti”, una sfida che forse non ci ha insegnato o non abbiamo capito/percepito con l’avvento della “pandemia del virus” !!!. Vi ricordate le file chilometriche davanti ai supermercati per fare gli acquisti di alimentari ???. Vi ricordate l’essere chiusi in 80 mq cosa ha portato ??. Il dato che accompagna questa soluzione è che la popolazione invecchia e non ha possibilità di recarsi nei punti vendita ed allora la soluzione del… tutto l’essenziale a massimo 15 minuti a piedi/bici da casa: lavoro, spesa, scuola, parco, medico, bar, diventa una possibile scelta urbanistica !!?.

Le condizioni da sconfiggere sono da ricercare nelle struttura fisiche delle zonizzazioni rigide! Il Centro visto come semplice terziario/commercio, la periferia come dormitorio. Per cui la gente si muoveva solo per andare “in centro”, modello che è stato sconfitto poiché modificato dall’effetto “dunot/ ciambella”, per raggiungere un modello policentrico: ogni polo è multifunzionale. Nella nuova zonizzazione/quartiere trovi casa, ufficio, scuola, negozi, servizi comunali e medici. Raggiungere l’obiettivo della “città dei 15 minuti”: tutto l’essenziale a 15 minuti a piedi/bici. E qui diventa importante “ridisegnare “lo Spazio pubblico”. La visione Monocentrica: con piazza principale, parco simbolo e tutto il resto residenziale, perde significato a favore di una visione progettuale “Policentrica”: tante piazze di quartiere, tanti parchi lineari. Lo spazio pubblico si decentralizza e diventa rete, non punto.

E qui si concentrano le possibili “sfide progettuali”. Le vecchie radiali non bastano. Servono tangenziali urbane, piste ciclabili est-ovest, metro che non passano solo dal centro ma siamo trasversali creando “identità”. Ogni polo (e farebbe rima con lo sforzo del Quartiere S.Polo) dovrebbe avere una sua. Non cadendo nella trappola e nei rischi dei “non-luoghi” tutti uguali e senza anima. Ed anche la toponomastica ne è prigioniera: vi siete mai domandati chi risulta sul cartello che indica, per esempio, via “A.Calini”?. Diremmo spontaneamente: Calini chi? Che cosa?. Andrea, Angelo, Anna. Molti di voi conoscono la risposta ma tanti, anzi tantissimi, no…. Come si vede anche un cartello ha la sua anima !!

La Formazione in Lombardia

Autore: Simona Tironi (Assessore Istruzione, Formazione, Lavoro di Regione Lombardia)

Questo articolo è estratto dal secondo numero cartaceo di Avanti Brescia.

Quando si parla di istruzione e futuro dei giovani, sono convinta che il primo dovere delle istituzioni sia offrire opportunità reali, valorizzare i talenti e garantire a ciascuno la possibilità di scegliere il percorso più adatto alle proprie aspirazioni . da questa convinzione che nasce il mio impegno in Regione Lombardia a favore dell’Istruzione e Formazione Professionale, una realtà che oggi rappresenta una delle eccellenze del nostro sistema educativo e uno dei principali strumenti per accompagnare i giovani verso il lavoro.

In queste settimane oltre 24.000 studenti lombardi hanno affrontato gli esami di qualifica e diploma professionale. Dietro questo numero ci sono ragazze e ragazzi che hanno investito tempo, energie e passione nella costruzione del proprio futuro, famiglie che hanno creduto in un percorso formativo concreto e qualificante e docenti, formatori, imprese che ogni giorno contribuiscono a trasformare il talento in competenza. La formazione professionale non è una scelta di ripiego, per me è una scelta di valore. Per troppo tempo in Italia si è ragionato distinguendo tra percorsi considerati più prestigiosi e altri ritenuti secondari. In Lombardia, invece, abbiamo scelto una strada diversa perché credo nella libertà di scelta educativa e ritengo che ogni giovane debba poter individuare il percorso più coerente con le proprie capacità, inclinazioni e ambizioni. La vera sfida oggi però non è stabilire quale percorso sia migliore, la vera sfida è permettere a ogni ragazzo di trovare la propria strada.

I risultati ci dimostrano che questa visione è corretta. La formazione professionale lombarda rappresenta oggi uno dei sistemi più solidi e avanzati d’Italia, grazie a una stretta collaborazione tra enti formativi, imprese, istituzioni e territorio. La Lombardia il motore economico del Paese, le nostre imprese sono protagoniste nei settori manifatturieri, tecnologici, artigianali e dei servizi. Ma sono proprio le imprese che ci segnalano sempre più spesso una difficoltà nel reperire personale qualificato; questo fenomeno si chiama ‘mismatch’, ovvero la distanza tra le competenze richieste dal mercato del lavoro e quelle disponibili. Riuscire a ridurre questo divario significa offrire opportunità ai giovani e sostenere la competitività delle imprese.

Per questo motivo la formazione professionale svolge una funzione strategica: non si limita a trasmettere conoscenze, ma costruisce competenze immediatamente spendibili, favorisce il contatto diretto con il mondo produttivo e accompagna i ragazzi verso occupazioni qualificate. I dati confermano la validità di questo modello. I percorsi di Istruzione e Formazione Professionale lombardi registrano tassi di inserimento lavorativo particolarmente elevati già nei primi anni successivi al conseguimento del titolo. Ancora più significativi sono i risultati degli ITS Academy, che rappresentano il naturale completamento della filiera tecnologico-professionale 4+2: oltre l’80% dei diplomati trova occupazione entro un anno dal conseguimento del titolo e, nella maggior parte dei casi, in un settore coerente con il percorso di studi svolto. Proprio la filiera 4+2 rappresenta una delle sfide più importanti che abbiamo deciso di sostenere. Un modello innovativo che consente agli studenti di conseguire il diploma in quattro anni e di proseguire successivamente negli ITS Academy attraverso due anni di alta specializzazione tecnica, un percorso che rende ancora più forte il collegamento tra formazione e lavoro e che consente ai giovani di acquisire competenze sempre più richieste dalle imprese.

Tuttavia, quando parliamo di formazione, non possiamo limitarci a chi è già inserito in un percorso scolastico o professionale. Esistono ragazzi che rischiano di rimanere ai margini, giovani che non studiano, non lavorano e non stanno seguendo percorsi di formazione. Per questo abbiamo scelto di investire anche nel progetto Zero Neet, realizzato insieme a Fondazione Cariplo, con l’obiettivo di intercettare, accompagnare e restituire opportunità a migliaia di giovani lombardi definiti ‘Neet’. Perché nessun ragazzo deve sentirsi escluso e nessun talento deve andare perduto.

In conclusione, sono estremamente convinta che la formazione non è soltanto una risposta alle esigenze del mercato del lavoro, ma bensi uno strumento di inclusione sociale, di crescita personale e di libertà che permette ai giovani di avere gli strumenti per diventare protagonisti del proprio futuro, alle imprese di trovare le competenze di cui hanno bisogno e a noi tutti di costruire una Lombardia più forte, più competitiva e sempre più in grado di affrontare le trasformazioni del nostro tempo. E questa la sfida che, come Regione. Lombardia, ho scelto di raccogliere: continuare ad investire nelle competenze, nei talenti e nelle opportunità. Perché il futuro della Lombardia passa, prima di tutto, dai suoi giovani.

Avanti Brescia torna con il secondo numero: nuove storie, nuovi protagonisti, la stessa voglia di raccontare la città

Avanti Brescia

Dopo un debutto che ha acceso l’interesse di tanti lettori, Avanti Brescia torna con il suo secondo numero, già disponibile in versione cartacea e digitale.

Il primo numero è stato l’inizio di un percorso: un invito a fermarsi per osservare Brescia con uno sguardo diverso, più attento, più profondo, più autentico. Oggi quel percorso continua, con nuove storie, nuovi volti e nuove idee che raccontano una città in costante movimento.

In un’epoca dominata dalla velocità e dall’informazione istantanea, Avanti Brescia rinnova la sua scelta editoriale: dare valore al racconto, alle parole, all’approfondimento e alle persone. Perché dietro ogni impresa, ogni cambiamento e ogni intuizione c’è sempre una storia che merita di essere ascoltata.

Il secondo numero rappresenta un nuovo passo avanti per un progetto editoriale nato con un obiettivo preciso: raccontare Brescia senza filtri, con passione, competenza e autenticità.

Sostenuto dall’editore Essezeta ADV srl e diretto da Ciro CorradiniAvanti Brescia continua a costruire uno spazio di informazione e approfondimento dedicato a tutti i cittadini, mantenendo uno sguardo saldo sulle radici del territorio e, allo stesso tempo, rivolto al futuro.

Il viaggio continua.

Perché Brescia non si ferma mai. E noi continueremo a raccontarla, un numero dopo l’altro.

Avanti Brescia
Avanti Brescia Numero 2

Asta da sogni al Museo Auto Storiche: il debutto vincente di “The Final Bid”

Gli appassionati di motori e di collezionismo domenica 7 giugno hanno avuto l’occasione di presenziare ad un evento unico nel suo genere e pensato per diventare un riferimento nel panorama automotive. Il Museo Auto Storiche di Brescia ha fatto da cornice alla primissima edizione di “The Final Bid”, un’asta di veicoli d’epoca che ha decisamente lasciato il segno. Organizzata in collaborazione con l’Istituto Commissionario Lego, la giornata ha trasformato il museo in un vero e proprio paradiso dell’automobilismo.

Fin dalla mattina, i cancelli aperti hanno accolto circa 1.850 visitatori, accorsi per ammirare un’esposizione di capolavori a quattro ruote. Sotto i riflettori c’erano una trentina di auto sportive – tra cui modelli iconici targati Ferrari e Porsche – e una marea di oggetti da collezione rarissimi, per un valore di oltre 20 milioni di euro. Nell’area riservata spiccavano gioielli d’altri tempi come la Fiat Balilla 508 S Coppa D’Oro del 1935 e la Lancia Flaminia Sport Zagato del 1960 e Supercar firmate MCM – Monte Carlo Motorsport.

Il momento clou del weekend è arrivato con la battitura dei lotti, guidata dal notaio Giovanni Posio davanti a un pubblico di almeno 250 collezionisti. Alla fine dell’asta i numeri parlano di più di 500.000 euro di vendite.

La scena se l’è presa tutta una meravigliosa Ferrari California nera del 2013 in perfette condizioni. Partita da una base d’asta giudiziaria di 59.000 euro, ha scatenato una vera e propria battaglia a colpi di rilanci tra i presenti, fino a essere venduta per l’ottima cifra totale di 115.000 euro, comprensiva di diritti e Iva.

La giornata è continuata anche dopo la scadenza ufficiale della battitura: ben 7 lotti sono stati venduti “fuori asta” tramite trattative dirette intavolate alla fine dell’evento, confermando una tendenza sempre più apprezzata dai collezionisti.

Questa prima edizione, sostenuta dalla nuova gestione del Museo, ha dimostrato di avere tutte le carte in regola per diventare un appuntamento di riferimento e autorevole nel mondo dell’automotive. Visto il grande successo di pubblico e vendite, “The Final Bid” avrà sicuramente un seguito. Insomma, se questa volta ve la siete persa, preparatevi in pole position per la prossima occasione.

Addio a Mircea Lucescu

Autore: Ciro Corradini 

Questo articolo è estratto dal primo numero cartaceo di Avanti Brescia.

Veniva dall’Est, da una terra che per anni è stata sotto il giogo del dittatore Nicolae Ceausescu, da un calcio povero fatto di campi in ghiaietto. Cresciuto nella Dinamo Bucarest (squadra del Ministero degli Interni), alla caduta di Ceausescu in molti lo accusarono di connivenza col regime, ma il suo prestigio non venne scalfito. Era stato uno dei migliori giocatori della sua generazione, vantandosi di aver marcato Pelè ai Mondiali di Messico 1970. La gloria Lucescu la conobbe da allenatore. Parlava sei lingue, era zingaro nel cuore, con uno sguardo che ti attirava in un vortice di personalità.

Giunto in Italia tramite Romeo Anconetani, fu poi chiamato a Brescia dal visionario Gino Corioni, convinto fosse un maestro di calcio in grado di far crescere i giovani. Il loro fu un rapporto solido e di amicizia; amavano la vita, il calcio, la buona tavola. A Brescia fu amato e rispettato, si innamorò della città prendendo casa sul Garda, ma non pensò mai di ritirarsi: voleva morire sul campo. Fino all’ultimo ha inseguito miracoli sportivi, lui che dopo Guardiola e Ferguson è l’allenatore più vincente della storia del calcio. Ha trionfato in Ucraina e quando Kiev venne aggredita dall’orso sovietico affermò: “Resto qui perchè questo è il mio posto”.

Una sola volta l’ho visto arrendersi: dopo un 5 a 0 a Salerno, chiese a Corioni di esonerarlo e chiamò lui stesso Azeglio Vicini per sostituirlo (arrivò poi Eddy Reja). Lucescu tornava spesso a Brescia, disegnando schemi sulla tovaglia con bicchieri e posate. Mi ha insegnato tanto. Gli ho voluto bene e penso che anche lui me ne abbia voluto. Ciao Mircea un giorno ci incontreremo di nuovo.

La musica che girava intorno

Autore: Bruno Defendi

Questo articolo è estratto dal primo numero cartaceo di Avanti Brescia.

Negli anni ’70 mentre il mainstream della canzone d’autore era dominato da tematiche vicine alla sinistra, nasceva in Italia la cosiddetta “Musica Alternativa”, un filone sotterraneo che dava voce ai giovani dell’estrema destra. Questo movimento si sviluppo lontano dai circuiti ufficiali, trovando spazio nei circoli di partito o in eventi dedicati come il “Campo Hobbit”. C’era, nei giovani della destra, una sorta di complesso di inferiorità quando si parlava di musica, trovandosi di fronte ai mostri sacri della canzone d’autore (Guccini, De Gregori, Venditti, De Andrè) e finendo col riconoscersi nelle loro storie universali indipendentemente dalle idee politiche.

Complice la nascita delle Radio Libere e i Campi Hobbit organizzati dal Fronte della Gioventù (MSI), la musica passò da intrattenimento a strumento di aggregazione identitaria. Tra i precursori ci fu Leo Valeriano con brani anticomunisti e richiami all’identità europea, e Massimo Morsello, fuggito nel Regno Unito dove avrebbe fondato Forza Nuova. Michele Di Fiò rifiutò un contratto con la RCA per non dover sottostare a censure. Tra i gruppi spiccava la Compagnia dell’Anello (attiva dal 1977), gli Amici del Vento a Milano, e gli Janus che univano testi politici a sonorità progressive rock.

A differenza dei cantautori impegnati “classici”, la musica alternativa di destra puntava su identità, tradizione, radici europee e critica feroce alle ideologie marxiste, unendo vittimismo e orgoglio per una generazione che si sentiva ghettizzata. Veniva distribuita tramite cassette autoprodotte o etichette indipendenti come l’Archivio Lorien. C’è poi il “caso” Lucio Battisti, spesso associato alla destra per letture forzate dei suoi testi; in realtà Battisti non prese mai posizioni pubbliche, ma per i giovani di destra rappresentò un’alternativa estetica al cantautorato di sinistra.

El beat cüradì, per sempre in preghiera sotto la piramide

Giovanni Battista Bossini: un piccolo prete bresciano e il coraggio della carità

Autore: Sergio Masini

Questo articolo è estratto dal primo numero cartaceo di Avanti Brescia.

Non gode dell’attributo di santo, il Bossini, non ha feste nel calendario liturgico nė viene decantato da alcuna agiografia. Eppure il popolo bresciano, da un paio di secoli lo accompagna al titolo “el beat cüradi”, il beato curatino. Nato a San Sebastiano a Lumezzane nel 1734, Giovanni Battista Bossini mori a Brescia il 27 luglio 1810. Tale era la devozione popolare verso questo modesto religioso che la sua tomba divenne meta di omaggi, tanto da concorrere a dar il la al primo cimitero della moderna storia dell’arte: il Vantinano, dove ancora riposa.

Nato in una Lumezzane segnata da povertà e carestie, lavorò alla fucina paterna fin dai sei anni. Grazie a due sacerdoti, entrò in Seminario e scelse ostinatamente di tornare nella valle del ferro come prete a Sant’Apollonio. Lì aprì una scuola con quattro classi, ma a causa di contrasti e polemiche fuggì sui Ronchi, ritirandosi nella chiesetta del Patrocinio. Lì conquistò i “roncari” (temuti come briganti) cedendo il suo pane, vegliando i malati e pregando per gli ultimi. Nel 1792 fu chiamato ad affiancare il prevosto di San Giorgio, parrocchia difficile che comprendeva le carceri cittadine, diventando speranza dei più vulnerabili. Si narra di un uomo che fuggì col suo cibo e che Bossini volle rintracciare solo per assicurarsi che non gli mancasse il companatico.

Mori nel 1810 nell’abbraccio della folla dolente e gli furono attribuiti grazie e miracoli. Tra il 1843 e il 1853 le sue ossa vennero coperte da un’elegante piramide di pietra nel Vantinano, con all’interno un simulacro di Giovanni Seleroni e una natività di Francesco Hayez. Bossini riposa da allora in eterna preghiera.

Carzeri (Fi): pronti a ripeterci in Regione, in Loggia una maggioranza debole

Autore: Marco Rossi 

Questo articolo è estratto dal primo numero cartaceo di Avanti Brescia.

“Ho preso il Diploma di Laurea nel 2001 in Grafologia all’Università di Urbino (…). E’ proprio in quegli anni che ho incontrato e conosciuto Adriano Paroli: è questo il momento che cambia la mia vita e le fa prendere la piega dell’impegno politico”. Con queste parole si apre la sua biografia ufficiale sul sito ufficiale del Pirellone. Oggi Claudia Carzeri è uno dei riferimenti bresciani di Forza Italia e in particolare della corrente che fa capo all’associazione Tommaso Moro. Una componente – di cui fanno parte anche Paola Vilardi, Flavio Bonardi, Albano Bertoldo, Marco Rossi e tanti altri – che nel tesseramento 2025 ha raccolto circa 4mila adesioni (erano 3mila su 7.300 iscritti totali l’anno precedente) e che esprime oggi i segretari di 62 circoli territoriali bresciani sun 138. Candidandosi, dunque, legittimamente a guidare il congresso provinciale che si terrà tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027.

DOMANDA – Partiamo dall’inizio. In cosa è stato decisivo il suo incontro con Paroli? 

RISPOSTA – Avevo 24 anni, mi ero appena laureata e non avevo mai fatto politica, pur avendola respirata molto in famiglia: penso ai miei genitori, ma anche a mio zio (Rubens Carzeri, assessore democristiano in Loggia per un decennio con i sindaci Boni e Trebeschi, ndr). Con Paroli ho iniziato a occuparmi della segreteria del gruppo, poi – anche grazie a quella esperienza – mi sono accorta di avere un’attitudine per le questioni organizzative, la passione è cresciuta e ho fatto un passo in più: ho rinunciato all’obiettivo di diventare una grafologa per occuparmi attivamente di politica.

DOMANDA – Una curiosità. Da grafologa, cosa le dice la firma di Adriano Paroli? 

RISPOSTA – Il fatto che tenda verso destra racconta di una persona con una evidente predisposizione verso il prossimo, mentre lo stile curvo e poco angoloso indica una forte capacità di adattamento. Qualità che riconosco in Adriano.

DOMANDA – Con Paroli e altri, lei è uno dei riferimenti dell’associazione Moro, che fa riferimento al mondo di Comunione e Liberazione, ed è oggi una delle principali correnti – forse la principale – del partito bresciano . In cosa vi distinguete dalle altre (quelle che fanno riferimento a Simona Tironi e Maurizio Casasco)? 

RISPOSTA –Frequento la scuola di comunità di Cl e certamente mi riconosco in determinati ideali. Ma l’associazione (che nel 2013 ha raccolto l’eredità politisca dell’Aeropago, ndr) va oltre , cercando di dialogare anche con le realtà vive del territorio. Di sicuro siamo la componente più storica di Forza Italia e abbiamo legami molto forti tra noi: a legarci, infatti, non è solo l’identità politica, ma anche l’amicizia personale e la stima. Poi, certo, siamo la componente più cattolica del partito… 

DOMANDA – Ma la Forza Italia del dopo Berlusconi in quale direzione sta andando? Quella di una forza liberale o di un centro più ancorato ai valori del cattolicesimo? 

RISPOSTA – Credo che certe distinzioni non siano più cosi nette all’interno del partito. Certo, quando si parla di diritti ci sono accenti diversi, ma tutti siamo d’accordo sul fatto che anche la libertà deve comunque avere un perimetro. Non vedo contrasti su questo e comunque nel nostro partito c’è grande rispetto per la libertà di pensiero. A differenza del Pd, che molto spesso predica democrazia e libertà ergendosi a paladino di questi valori, ma nei fatti si comporta in maniera opposta. Come testimoniano anche le posizioni assunte da partito sul referendum della Giustizia e, nel piccolo, la recente vicenda del comico Pucci a Sanremo… 

DOMANDA – Torniamo a lei. Il suo mandato in Regione scadrà nel 2028: in questi anni si è distinta per il grande attivismo sul territorio . Come è la sua giornata tipo? 

RISPOSTA – Mi sveglio intorno alle 6.30 e leggo i giornali, poi verso le 8 inizio a occuparmi attivamente di politica. Una miagiornata tipo è fatta da almeno 30 telefonate (60 nei momenti più caldi), 200 risposte a differenti conversazioni su Whatsapp e molti chilometri in macchina: in un anno ne percorro mediamente 40-45mila. Oltre, owiamente, all’attività istituzionale in Regione, che si espleta soprattutto dal martedì al giovedi.

DOMANDA – In questi anni si è occupata di diversi temi. Penso ai parchi giochi inclusivi, a diverse proposte in materia di salute (in particolare quella femminile), ai locali pubblici, alle strade storiche, ai cimiteri per gli animali d’affezione . Quale provvedimento è più orgogliosa di aver contribuito a realizzare? Quale è il prossimo tema su cui concentrerà la sua attenzione? 

RISPOSTA – Fra i tanti, sono felice di aver visto diventare realtà, lo scorso dicembre, il provvedimento che consente alle persone che si sottopongono a chemioterapia per accedere alla micropigmentazione anche delle sopracciglia. A qualcuno potrà sembrare una questione minore, ma per molte persone è importante avere un supporto economico per superare questa “menomazione” fisica. In questi mesi, invece, mi sto occupando della questione di come migliorare la qualità della vita dei familiari di persone affette da malattie rare. Il sistema regionale ha fatto passi in avanti importanti e, per fortuna, oggi molte persone possono avere una vita lunga e quasi “normale”. Ma possiamo e dobbiamo fare ancora di più.

DOMANDA – Il 2028 si avvicina. Per il dopo Fontana nel centrodestra si annuncia un dibattito acceso . Lei ritiene che il successore debba spettare di diritto a Fratelli d’Italia o Forza Italia ha qualche aspirazione? 

RISPOSTA – La Lega ha avuto il Veneto, credo sia legittimo che Fdi in quanto prima forza dell’alleanza rivendichi la Lombardia. Ma ovviamente i numeri non bastano: dovranno essere in grado di esprimere un nome capace di ricoprire nel migliore dei modi un ruolo tanto delicato e di tenere insieme tutti. Poi, certo, se dovesse servire anche noi saremmo in grado di offrire agli alleati figure di livello per raccogliere il testimone di Fontana.

DOMANDA – A proposito di Fontana, parlando ancora alla grafologa, il presidente della Regione come si firma?

RISPOSTA – Ha un tratto molto dinamico, che testimonia spirito di adattamento, ma anche fermezza.

DOMANDA – Sul fronte opposto come vede l’ipotesi di una candidatura a presidente della Regione dell’ex sindaco di Brescia Emilio Del Bono?

RISPOSTA – Del Bono è molto conosciuto a Brescia città, meno in provincia e quasi per nulla nelle altre province lombarde. Inoltre la sonora sconfitta subita alle ultime elezioni da Giorgio Gori, una figura più trasversale e meno identificabile nel Pd, testimonia come ci sia poco spazio per una sua affermazione. Fontana ha stravinto e credo che il centrodestra possa ripetersi.

DOMANDA – A Brescia, invece, il tavolo del centrodestra come procede? C’è coesione tra i partiti dell’alleanza? 

RISPOSTA – Credo che sia importante che i vertici dei partiti si trovino spesso, perché quest’anno molti Comuni andranno al voto. Si tratta di una partita importante ed è necessario trovare le modalità migliori per scegliere i futuri candidati sindaci.

DOMANDA – Avete anche il difficile compito di trovare un portabandiera per la città, che si opponga a quello del centrosinistra, verosimilmente ancora Laura Castelletti . Come giudica l’operato della sindaca? Che criterio deve adottare il centrodestra per trovare la figura giusta? 

RISPOSTA – Nell’esperienza di Castelletti vedo elementi di debolezza. La coalizione che la sostiene non mi pare troppo solida e comunque mi pare manchi una regia a monte. Quanto a noi, il centrodestra deve essere capace di trovare un nome che vada oltre le logiche dei partiti, conosca bene la città e sia davvero in grado di vincere, oltre che di governare.

DOMANDA – Torniamo a lei. Come si vede “da grande”? Cosa farà il giorno in cui deciderà di lasciare la politica? 

RISPOSTA – Quello che faccio oggi mi piace molto, spero di poter continuare a farlo con spirito di servizio – ancora a lungo. Quando la mia esperienza nelle istituzioni sarà conclusa, sogno di fare il giro del mondo in crociera. Poi mi piacerebbe continuare l’impegno per gli altri nel mondo delle associazioni, come volontaria, magari nel settore dell’assistenza e della sanità.

L’Osservatore Bresciano e mondi limitrofi (parole al vento)

Autore: Attilio Negrini

Questo articolo è estratto dal primo numero cartaceo di Avanti Brescia.

“Brixia Veronae mater amata mea” scriveva diverse settimane fa Catullo riferendosi ai legami antichi tra le due cttà in età romana. “Brixia fidelis fidei et iustitiae” è il titolo omaggiatoci dalla Serenssima nel 15° secolo. Da queste parti la Repubblica di Venezia si riforniva di armi, per questo stavamo loro cosi simpatici, specialmente le nostre valli ricche di miniere e quindi di materia prima per fabbricare spade, lance e archibugi.

“Brescia Leonessa d’Italia” fu l’appelativo conferito alla nostra città in epoca (cosiddetta) “risorgimentale” da Aleardo Aleardi i cui versi recitano cosi: “D’un de’ tuoi monti fertili di spade, Niobe guerriera de le mie contrade, Leonessa d’Italia, Brescia grande e infelice”. Il riferimento era alla strenua resistenza all’attacco austriaco del 1849. Grande fu la resistenza, infelice l’epilogo, cioè la resa della città paragonata a “Niobe guerriera”, moglie del re di Tebe che afflitta dal dolore si trasformo in pietra ma continuò ugualmente a lacrimare, quando si dice la sfiga!. Ad Aleardi fece eco Giosuè Carducci che, nell’ode “Alla Vittoria” celebrò il coraggio del nostro popolo: “Lieta del fato Brescia raccolsemi, Brescia la forte, Brescia la ferrea, Brescia leonessa d’Italia beverata nel sangue nemico”. (Per una accurata parafrasi rivolgersi a Chat GPT, ma mi sembra abbastanza comprensibile) .

“Brescia di ferro, Brescia di fuoco, è l’ora del gioco, si vince e si va” è invece un verso dell’inno delle Rondinelle, risalente agli anni ’80 del secolo scorso musicato da Jonathan Silva (non chiedetemi chi era, persino l’intelligenza artificiale va in crisi interrogata sull’argomento!), che celebra la squadra di allora ma pure la città e i suoi tifosi. Bei tempi fatti di vittorie e sconfitte, di serie C con doppia risalita fino all’olimpo del calcio italico seguita dall’ennesima ricaduta tra i cadetti. Ci lamentavamo allora, col senno di poi invece si scopre che, come da copione, “era meglio quando era peggio”, tant’è che oggi il mitico pezzo di Silva (testo, se non ricordo male, di Elio Barucco) è tornato in voga e la squadra tornata in serie C.

Già, era meglio quando era peggio, ce lo ricorda il nuovo slogan coniato da un pool di esperti poeti convocati dalla Giunta Castelletti che, dopo ore e ore di intensa concentrazione riuscito a superare Catullo, Aleardi, Carducci, persino Jonathan Silva, partorendo al fine la scritta che tanto ci rende orgogliosi agli occhi del mondo: “Brescia, la tua città europea”, non solo uno slogan bensì un progetto di “city branding”, mica fichi secchi!. In molti leggendo i banner diffusi in tutta la città, soprattutto penzolanti da Palazzo Loggia in ben tre colori e incollati sui fianchi degli autobus (che noi nostalgici di un tempo che manco abbiamo vissuto chiamiamo “la filo”, in attesa di attaccarci prossimamete al tram) avranno capito finalmente che Brescia non si trova in Asia e nemmeno in Oceania, ignari del fatto che nel vocabolario del mainstream progressista, “europeo” significa “bello”, “buono”, “accogliente”, “sostenibile”, e pure “antifascista”. Finalmente ha smesso di piovere, una felice giornata europea a tutti!

Brescia Città dello Sport 2028?

Autore: Ciro Corradini

Questo articolo è estratto dal primo numero cartaceo di Avanti Brescia.

Brescia si candida per ottenere il titolo di “Città dello Sport 2028”. Il riconoscimento è gestito dalla ACES EUROPA, associazione che, afferma con enfasi ed orgoglio, promuove lo sport in Europa. Nel recente passato, vado a memoria, il riconoscimento è stato assegnato in pompa magna con tanto di viaggio a Bruxelles di corpose delegazioni, delle quali ho fatto parte anch’io lo confesso, al Comune di Salò e quindi al Comune di Molinetto di Mazzano. Alzi la mano, il più in verticale possibile onde evitare dubbi, reprimende e denunce, chi se ne ricorda. Alzi la mano chi può affermare che quel titolo contribui ad aumentare la percezione che a Salò e Molinetto di Mazzano si facesse più attività sportiva che a Bagnolo Mella o Cazzago San Martino.

Di recente l’assessore allo sport Alessandro Cantoni ha convocato le Società sportive comunicando con orgoglio che il percorso verso l’assegnazione del titolo “Città dello Sport 2028” era iniziato. In platea curiosità e speranza. “Ci guadagnamo qualcosa visto che le nostre casse sono esangui e molte strutture cadono a pezzi?”. Risposta chiara ed esaustiva di Cantoni: “Non se ne parla nemmeno…”. Il buon Alessandro è persona appassionata e che ama lo sport, ma di fatto non ha budget. E’ una sorta di Ministro senza portafogli alle prese con l’atavico adagio: “Vorrei ma non posso”.

Per vedersi appiccicata la targhetta di “Città dello Sport” bisognerà investire. Infatti in caso di aggiudicazione del titolo, come si evince dal sito di ACES Italia: “Il Municipio (il Comune di Brescia ndr) si impegna ad individuare uno o più sponsor e partner (massimo 4) che verseranno ad ACES la somma complessiva prevista in base alla dimensione del Municipio”. Gli sponsor/partner dovranno essere riportati sotto al logo in tutte le comunicazioni. Gli importi, che potranno anche essere pagati direttamente dal Municipio, sono: Premio Diritti di immagine Capitale europea dello sport per numero di abitanti maggiore di 500.000 = Euro 38.000,00. Città europea dello sport per numero di abitanti di più di 100.000 = Euro 10.000,00. Sono inoltre a carico dei Municipi candidati i costi di viaggio, vitto e alloggio per la Commissione di Valutazione (5 membri) che rimarranno a Brescia per 3 giorni.

Vale davvero la pena di impegnarsi in quello che è di fatto uno dei tanti specchietti per allodole, rondini e cinciallegre?. Non sarebbe meglio intervenire sul Centro Sportivo San Filippo le cui strutture ed i cui campi versano in condizioni pietose?. Non sarebbe meglio cominciare a discutere sul da farsi relativamente allo stadio Rigamonti?. Non sarebbe meglio interrogarsi sul Palazzetto ex Eib dove se pesi più di quaranta kg non riesci a sederti o finisci in braccio a chi ti sta davanti?. Non sarebbe meglio investire su piste ciclabili chiuse dove i più piccoli possano provare a raccogliere l’eredità di Michele Dancelli e degli altri bresciani che fecero grande il ciclismo italiano? Non sarebbe meglio dare risposte alle società natatorie di casa nostra che a gran voce han chiesto alla Giunta ed alla Sindaca di intervenire su di un presunto monopolio della gestione piscine?