El beat cüradì, per sempre in preghiera sotto la piramide

Giovanni Battista Bossini: un piccolo prete bresciano e il coraggio della carità

Autore: Sergio Masini

Questo articolo è estratto dal primo numero cartaceo di Avanti Brescia.

Non gode dell’attributo di santo, il Bossini, non ha feste nel calendario liturgico nė viene decantato da alcuna agiografia. Eppure il popolo bresciano, da un paio di secoli lo accompagna al titolo “el beat cüradi”, il beato curatino. Nato a San Sebastiano a Lumezzane nel 1734, Giovanni Battista Bossini mori a Brescia il 27 luglio 1810. Tale era la devozione popolare verso questo modesto religioso che la sua tomba divenne meta di omaggi, tanto da concorrere a dar il la al primo cimitero della moderna storia dell’arte: il Vantinano, dove ancora riposa.

Nato in una Lumezzane segnata da povertà e carestie, lavorò alla fucina paterna fin dai sei anni. Grazie a due sacerdoti, entrò in Seminario e scelse ostinatamente di tornare nella valle del ferro come prete a Sant’Apollonio. Lì aprì una scuola con quattro classi, ma a causa di contrasti e polemiche fuggì sui Ronchi, ritirandosi nella chiesetta del Patrocinio. Lì conquistò i “roncari” (temuti come briganti) cedendo il suo pane, vegliando i malati e pregando per gli ultimi. Nel 1792 fu chiamato ad affiancare il prevosto di San Giorgio, parrocchia difficile che comprendeva le carceri cittadine, diventando speranza dei più vulnerabili. Si narra di un uomo che fuggì col suo cibo e che Bossini volle rintracciare solo per assicurarsi che non gli mancasse il companatico.

Mori nel 1810 nell’abbraccio della folla dolente e gli furono attribuiti grazie e miracoli. Tra il 1843 e il 1853 le sue ossa vennero coperte da un’elegante piramide di pietra nel Vantinano, con all’interno un simulacro di Giovanni Seleroni e una natività di Francesco Hayez. Bossini riposa da allora in eterna preghiera.