Autore: Ciro Corradini
Questo articolo è estratto dal primo numero cartaceo di Avanti Brescia.
Veniva dall’Est, da una terra che per anni è stata sotto il giogo del dittatore Nicolae Ceausescu, da un calcio povero fatto di campi in ghiaietto. Cresciuto nella Dinamo Bucarest (squadra del Ministero degli Interni), alla caduta di Ceausescu in molti lo accusarono di connivenza col regime, ma il suo prestigio non venne scalfito. Era stato uno dei migliori giocatori della sua generazione, vantandosi di aver marcato Pelè ai Mondiali di Messico 1970. La gloria Lucescu la conobbe da allenatore. Parlava sei lingue, era zingaro nel cuore, con uno sguardo che ti attirava in un vortice di personalità.
Giunto in Italia tramite Romeo Anconetani, fu poi chiamato a Brescia dal visionario Gino Corioni, convinto fosse un maestro di calcio in grado di far crescere i giovani. Il loro fu un rapporto solido e di amicizia; amavano la vita, il calcio, la buona tavola. A Brescia fu amato e rispettato, si innamorò della città prendendo casa sul Garda, ma non pensò mai di ritirarsi: voleva morire sul campo. Fino all’ultimo ha inseguito miracoli sportivi, lui che dopo Guardiola e Ferguson è l’allenatore più vincente della storia del calcio. Ha trionfato in Ucraina e quando Kiev venne aggredita dall’orso sovietico affermò: “Resto qui perchè questo è il mio posto”.
Una sola volta l’ho visto arrendersi: dopo un 5 a 0 a Salerno, chiese a Corioni di esonerarlo e chiamò lui stesso Azeglio Vicini per sostituirlo (arrivò poi Eddy Reja). Lucescu tornava spesso a Brescia, disegnando schemi sulla tovaglia con bicchieri e posate. Mi ha insegnato tanto. Gli ho voluto bene e penso che anche lui me ne abbia voluto. Ciao Mircea un giorno ci incontreremo di nuovo.


